Pubblicato da: don Alberto ABREU | maggio 16, 2009

17 maggio 2009 – 6ª Domenica di Pasqua. ciclo liturgico: anno B

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.

pasqua-san-nicola

Giovanni 15,9-17 (At 10,25-25.34-35 – Salmo 97 – 1 Gv 4,7-10)

9 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me,    anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
11 Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.
13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
14 Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.
15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Riflessione:

Amore è una parola usata e abusata che corre il rischio di diventare equivoca, di dire tutto e il contrario di tutto. E’ quindi meglio insistere sui suoi contenuti concreti, come fa Giovanni parlando dell’amore di Dio (Seconda lettura: 1Gv 4,7-10) e dell’amore di Cristo (Vangelo: Gv 15,9-17). Giovanni ha scoperto il vero volto di Dio nell’impegno di Cristo per l’uomo. Il mondo di oggi può scoprire chi è Dio ed entrare in comunione con lui solo attraverso la testimonianza di amore e di dedizione dei credenti.
Una esemplificazione concreta dell’amore è proposta dalla Prima Lettura (At 10,25-26.34-35.44-48): il superamento di ogni forma di divisione e discriminazione. L’effusione dello Spirito su Cornelio e la sua famiglia fa comprendere a Pietro e alla prima comunità cristiana che la Chiesa non deve essere limitata al solo popolo ebraico, ma deve essere aperta a tutti i popoli, perché Dio ama tutti: «Pietro allora prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». La salvezza non è privilegio di nessuno, perché l’amore di Dio è universale e quindi anche l’amore dell’uomo dev’essere universale. La risposta dell’uomo a Dio e ai suoi simili deve modellarsi sul comportamento di Dio e di Cristo e non può essere che una risposta di amore.

Chi prende l’iniziativa di chiamare gli uomini a far parte del popolo dei battezzati è sempre Dio; la sua iniziativa si chiama amore (cfr seconda lettura) e vuoi raggiungere tutti gli uomini. Questa è la consegna che anche Gesù ha lasciato ai suoi discepoli (cfr vangelo). E in questa linea deve svolgersi l’opera della Chiesa.
Il senso della libertà religiosa è stata un’acquisizione importante del Concilio Vaticano II. In vari documenti viene affermato il rispetto della credenza religiosa (e dello stesso ateismo) di ogni persona, l’esecrazione di «qualsiasi discriminazione… per motivi di religione» e il significato positiva delle diverse religioni del mondo come imperfetta rivelazione del Dio vero destinate dunque ad una pienezza, ma già effettivo bene spirituale, morale, socio-culturale di un popolo. Non sono per questo cessate intolleranze, diffidenze e incomprensioni a livello pratico e quotidiano…
La distinzione non passa più nel campo del sacro (o del culto), ma in quello dell’amore fraterno e dell’impegno per la liberazione dell’uomo. Il servizio degli altri può veramente costituire un linguaggio «religioso» di base che accentua ciò che è comune tra chiunque accoglie Cristo nei piccoli e nei poveri, anche senza riconoscerne il volto. È proprio della libertà dello Spirito suscitare nei non cristiani le «meraviglie di Dio».

La preoccupazione di Giovanni per la giovane Chiesa a cui rivolgeva la sua lettera era quella che la carità regnasse tra i vari membri perché fosse conosciuto da tutti l’amore di Dio manifestato nell’invio del Figlio. Questa rimane, in ogni tempo, la condizione per la espansione della Chiesa: gli uomini saranno attirati ad essa dal segno nell’amore fraterno. Le nostre comunità, le nostre assemblee devono dunque essere aperte a tutti: i non cristiani, i poco convinti, gli indifferenti, chi è in situazione di ricerca…
Da una parte, l’appartenenza visibile dei cristiani alla Chiesa mediante il battesimo, la loro esplicita professione di fede nel Signore Gesù che raggiunge il suo vertice nella celebrazione eucaristica, devono mostrare a tutti l’oggetto della loro ricerca e il termine della loro avventura spirituale. D’altra parte i credenti, gli «impegnati» debbono rinnovare continuamente la loro disponibilità a vincere la tentazione di non dialogare con chi è fuori dell’area cristiana, a ricordare che «chi teme Dio e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (prima lettura). Chiunque incontra assemblee cristiane dovrebbe sentirsi accolto come in casa propria, in una famiglia a cui già virtualmente appartiene, fino a che giunga alla piena conoscenza del Dio di Gesù Cristo. Solo così acquisteranno concretezza e credibilità le invocazioni al Paraclito «perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito»

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